04 Dic
2018

Non conoscevo se non sommariamte e per piccoli episodi l’arte di Marina Abramović, prima della visita alla mostra “The Cleaner a Palazzo Strozzi a Firenze (21 settembre 2018-20 gennaio 2019).

Ero venuta a conoscenza dell’opera dell’artista, come in molti, dall’emozionante video della sua retrospettiva a New York, The artist is present“, dove per tre mesi ha fissato impassibile chiunque le si sedesse davanti, salvo poi ritrovarsi di fronte il suo amore storico, Ulay, e far trasparire tutta la sua emozione, che da brava romanticona mi ha spinto a cercare informazioni su di lei.

Il video al quale che mi riferisco, da Youtube, è questo:

Una volta saputo che avrebbe esposto a Firenze, nonostante avessi letto che il suo concetto di arte e di utilizzo del corpo fossero ai limiti di ciò che personalmente ritengo estremo, ho deciso di andare. Mi incuriosiva, per quanto io non sia probabilmente la spettatrice ideale quando si parla di sangue o violenza. Per lo più, mi giro dall’altra parte e se sono accompagnata qualcuno mi racconta (vedi ad esempio il portarmi al cinema a vedere Dogman). Ma, in questo caso, ero da sola 🙂

E così, complice una mattinata nella quale il Comune di Lastra a Signa aveva preventivamente avvertito sarebbe mancata la corrente (pc, telefono, internet, riscaldamento… ok, di lavorare non se ne parla, tanto vale uscire :)), mi dirigo verso Palazzo Strozzi, una location che  val sempre la pena di visitare indipendentemente dalle iniziative che ospita (QUI il mio articolo sulla mostra di Wei Wei “Libero”  dello scorso anno).

Subito all’ingresso del palazzo, nell’atrio pubblico, un camioncino, che scoprirò dopo esser stato il nido d’amore della Abramović e Ulay durante il periodo della loro relazione.

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Ingresso nel cortile di Palazzo Strozzi

Inizio la visita dalla Strozzina, il piano interrato, dove insieme ai dipinti del primo periodo artistico dell’Abramović, ci sono sue immagini mentre sta eseguendo delle performances. Qui leggere le didascalie è d’obbligo, l’immagine acquista senso solo con la spiegazione del contesto, come la serie Rhythm, dove l’artista mette alla prova il suo corpo assumendo mediciali o privandolo di ossigeno, tutto di fronte al pubblico.

Le fotografie catturano degli attimi, le didascalie permettono di immaginare  la scena:  prima, dopo e durante.

Marina Abramovich (11)
Scala per l’accesso alla Strozzina

Di sottofondo, il rumore sordo di colpi martellanti, che non ho capito cosa fosse prima di arrivare alla discascalia della serie di immagini raffiguranti “il gioco dei coltelli“. Sempre della serie “Rhytms“, i colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano dell’artista che, ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto, e continuare, fino a tagliarsi 20 volte, per poi riascoltare la registrazione e provare a ripetere gli stessi “errori”, mescolando passato e presente.

Ecco, sono grata che di questa esibizione non ci fosse il video, la mia immaginazione credo sia stata sufficiente. Trovo veramente difficile ritenere artistico tagliarsi le mani per seguire un ritmo, tra l’altro davvero incalzante. Inquietante.

Se comunque è l’emozione che deve scaturire dalle immagini e dai suoni, e se questa emozione non deve essere per forza positiva, allora l’obiettivo è raggiunto. Però, personalmente, chiamarla “Arte” mi sembra forzato.

Marina Abramovic (19)
Rhytms

Continuo la mostra dirigendomi verso l’ascensore che porta al piano nobile. Il corridoio riporta, su entrambi i lati in italiano ed inglese  Il manifesto della vita di un’artista con molte frasi dell’Abramović su ciò che considera Arte e la vita di artista. Alcune molto belle e di significato altre difficili da comprendere, come ad esempio:

L’artista dovrebbe soffrire
Dalla sofferenza scaturiscono
i lavori migliori
La sofferenza porta trasformazioni
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito
Attraverso la sofferenza l’artista
trascende il proprio spirito

Se è vero che la sofferenza ci spinge ad effettuare un profondo lavoro su noi stessi, che la maggior parte delle volte porta ad una crescita personale e alla trasformazione del nostro modo di percepire l’ambiente e noi stessi, che superare la sofferenza apre le porte a nuove visioni… Autoinfliggersela, fisicamente e psicologicamente, in nome “dell’Arte”, mi sembra più un atto lesionistico che artistico.

Ma si potrebbe aprire un mondo, penso ad esempio a Van Gogh ed al suo orecchio, meglio andar oltre e non eccedere in considerazioni personali 🙂

Arrivo all’ascensore, dove il ritratto dell’artista scelto per rappresentare la mostra tappezza le porte scorrevoli …. che poi si aprono… e appare un’immagine macabra, che ancora non sapevo cosa fosse… Avrei dovuto arrivare al piano superiore per vedere Balkan Baroque, vincitore del Leone d’Oro a Venezia. Per ora, quello che vedevo era sangue, e di fatto ci sono dovuta entrare dentro.

Ecco il video dell’apertura dell’ascensore, un pò traballante, ma avevo persone dietro 🙂

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Ascensore dalla Strozzina al Piano Nobile

Al piano Nobile vengo proiettata in una stanza i cui protagonisti sono due ragazzi, nudi uno di fronte all’altro, sugli stipiti di una porta: Eh, si,  alla biglietteria avevo letto che erano indicati degli orari per le “Re-performance”, ovvero delle repliche, da parte di attori selezionati, delle performances di Marina, ma visto che quasi tutte si sarebbero svolte il pomeriggio (ed erano le 10 del mattino), non ci avevo fatto caso. In effetti, una singola performance è effettuata durante tutto l’arco della giornata, ed è proprio  Imponderabilia, che fu presentata da Marina Abramović e dal suo compagno Ulay nel 1977 alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna.

Contrariamente all’originale, dove le persone dovevano obbligatoriamente passare in mezzo ai ragazzi nudi (in uno spazio vitale che obbliga al contatto con l’uno o con l’altro), qui c’era anche un passaggio laterale, di cui io ho approfittato, mentre l’ anziano signore prima di me  ci è passato in mezzo (e la moglie mi ha seguito sul laterale).

Lo ammetto, sarei stata in soggezione ed imbarazzo (Io!! certo che la mente è strana. Loro impassibili nudi nella stanza, e io che mi imbarazzo a passargli in mezzo sfiorando o un seno o un pene, uno dei due per forza si tocca. Come riflessione non è da sottovalutare)

Marina Abramovich (46)
Imponderabilia

A seguire, nella stanza e nella successiva, dei video della Abramović e Ulay in alcune delle loro “performance”. Anche qui, ho fatto molta fatica a trovare un collegamento con l’Arte, così come, forse in modo semplicistico, la intendo. In uno, si prendevano a schiaffi ritmicamente, per un tempo imprecisato, nell’altro emettevano suoni, sempre piu acuti, l’uno di fronte all’altro, in un altro si “scontravano” seguendo la medesima traiettoria su due lati opposti. Li ho passati velocemente.

Sono rimasta invece fissa per un pò di tempo, guardandolo addirittura due volte, su quello dell’Arco, Rest Energy“,  quattro minuti nei quali lei  tiene un arco mentre il compagno tende una freccia che punta dritto al cuore. Sarebbe bastato un allentamento, un colpo di tosse, un attimo di follia, e l’avrebbe trafitta.

Amore e fiducia, l’affidamento totale ad altra persona. Un’emozione forte, che sia questa, l’Arte?

Marina Abramovich (53)
Rest Energy

In altri filmati e immagini, si presenta frequentemente il tema delle ossa, dello scheletro, della morte, come in Balkan Baroque, che non ho fotografato, perchè la visione di lei che puliva ossa di bovino piene ancora di carne e di sangue mi ha turbato. Sebbene l’opera di denuncia della guerra dei Balcani sia profonda, la mia sensibilità non è stata abbastanza forte per affrontarla.

Così, allo stesso modo, non mi sono soffermata sui bambini che cantavano in coro con lei rivestita, avanti e dietro, da uno scheletro, o lei sdraiata con uno scheletro sopra di se.

Non tutto, per forza, deve piacere.

Marina Abramovich (90) Marina Abramovich (74)

E così lascio per ultima la performance che più mi ha emozionata, che mi sono seduta a contemplare, per ben due volte. Un atto di amore, ma anche di tanto coraggio, quello di dirsi addio, e di farlo dopo un lunghissimo percorso, in tutti i sensi.

The lovers, ovvero trovarsi a metà strada della Muraglia Cinese, dopo aver percorso 2500 km a piedi ciascuno, con l’unico obiettivo di abbracciarsi, e porre fine al proprio sodalizio, artistico e sentimentale… L’emozione che traspare nei loro occhi in quel filmato, mentre affrontano il percorso e quando alla fine si trovano…. è davvero tanta, e riescono a trasmetterla a noi.

Marina Abramovich (62)

Un ennesimo, ultimo, atto simbolico, prima di separarsi, nel 1988.
Così fu: Marina e Ulay si separarono in un territorio straniero per entrambi (lei serba naturalizzata USA, lui tedesco) e per 23 anni le loro vite seguirono cammini separati. Fino al giorno in cui fu di nuovo l’arte a metterli uno di fronte all’altra, durante la performance The Artist is Present, il  filmato con cui ho aperto questo articolo, e di cui alcune immagini sono esposte al Piano nobile, insieme al tavolo e alle due sedie dell’esibizione, con le quali il pubblico si può confrontare, con amici o sconosciuti, per un tempo imprecisato.

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The Artist is present

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Quello che ho trovato la parte più interessante della mostra, è che ci sono appunto tantissimi spunti per vivere in prima persona le performances, con spazi dedicati dove gli spettatori possono immedesimarsi con la protagonista, interagire con le opere e viverle in prima persona: dalla conta e separazione dei chicchi di riso e lenticchie, Counting the rice, per sviluppare la resistenza, la concentrazione, per perdere la cognizione del tempo, alla sedia di legno e minerali contro un muro, che sprigiona energia e ti isola,  alle performances live, anche se di fatto io ne ho vista 1 delle 7 in calendario (la mattina puoi visitare la mostra pressochè solo, ma lo scotto da pagare è che le performances sono quasi tutte il pomeriggio)

Poco prima dell’uscita, un grande proiettore con le intervite di Abramovic e Ulay rilasciate recentemente, insieme a spezzoni di filmati del passato, che ripercorrono la loro storia. Da anima sentimentale e curiosa, sentire le versioni di entrambi, e la profonda stima che tuttora li accompagna, è stato molto interessante.

Avendo tempo, la mostra è proprio da vivere, e credo sia proprio questo il messaggio dell’artista. Concedersi tempo, vivere, mettersi alla prova, sperimentare, senza porsi limiti. I suggerimenti, li dà lei, e sono disseminati dappertutto.

Per cui si, da vedere assolutamente, in molte delle sue opere ho percepito un’emozione e, togliendo la violenza fisica che non riesco a condividere, la visita alla mostra rappresenta un ampliamento dei propri orizzonti, un’uscita dal proprio “piccolo io sicuro”, per identificare altre dimensioni possibili.

Un’esplorazione dei limiti del corpo, delle relazioni umane, del simbolico, dell’Arte stessa. Tra genio e follia, probabilmente con un pò di masochismo, ma che sicuramente lascia una traccia, in lei, in chi la guarda, dal vivo o tramite la mediazione di uno schermo.

Greta

greta@gretagabaglio.com