07 Ott
2017

“Sarajevo non è tra le città che sceglierei per fare un week end fuori porta”.… Che enorme errore di valutazione!

Durante il nostro on-the-road Croazia-Bosnia nella calda estate 2017, Sarajevo inizialmente non era prevista, a favore dell’isola di Kvar. Solo successivamente, visti i costi dei traghetti con la macchina e le relative problematiche di sbarchi/parcheggi etc, abbiamo deciso che saremmo restati nell’entroterra, allungando fino a Sarajevo. “Se non ci andiamo ora, non ci andremo più“. Ci tornerei domani.

La cosa che mi ha subito stupito, probabilmente perchè l’avevo erroneamente associata “per vicinanza” a noi, è la sua multiculturalità. La maggior parte della popolazione è musulmana, e convive con cattolici ed ebrei. Ristoranti, bazar e cafè sono quindi molto diversi tra loro a seconda della cultura di appartenenza,  si può trovare di tutto ed immergersi in atmosfere diverse ad ogni angolo.

Baščaršija Square _ Photo Greta Gabaglio
Baščaršija Square _ Photo Greta Gabaglio

Il nostro viaggio inizia immancabilmente dalla Baščaršija, il centro simbolico, con la Fontana Sebilj. Chiamato anche “il quartiere turco”, qui c’è una gioia di vivere, che fa sembrare davvero lontani i tempi della guerra, e nulla sembra ricordarla.

Ma basta camminare un pò, uscire dal centro nevralgico (ricostruito), per immergerti davvero nella storia e nel vissuto della città. Avevo 10 anni quando è iniziato l’assedio. Ne sentivo parlare, ma ero ancora troppo piccola, sia per capire, che probabilmente per interessarmene. Ero una bambina.

E poi, cammimando pochi chilometri, ti ritrovi lì, al Sarajevo Memorial for Children Killed during Siege, dove una fontana con una scultura di vetro  in un parco pieno di tombe ti sbatte in faccia tutta la realtà che non avevi visto, e un’installazione mostra  i nomi di 521 bambini vittime della guerra, con anno di nascita e di morte, per tutti 92 o 93.

Sarajevo Memorial for Children Killed during Siege
Sarajevo Memorial for Children Killed during Siege – Photo Greta Gabaglio
Sarajevo Memorial for Children Killed during Siege
Sarajevo Memorial for Children Killed during Siege

Ed io non riuscivo a staccare gli occhi dalle date di nascita…. 1980-81-82… fino al 1992. COETANEI, vittime innocenti del conflitto.  Ho sempre pensato alla guerra come qualcosa di “lontano”, alle esperienze vissute dai miei nonni… e invece sono a poche ore di aereo da casa mia, e tutte le persone che incontro per strada che hanno più di 25 anni l’hanno vissuta. Il negoziante, la receptionist all’albergo, la persona che chiede l’elemosina… tutti.

Non si possono esprimere le emozioni che si provano. La città vive, sembra lontano il conflitto eppure, anche se tutti ce l’hanno nel cuore, c’è una dignità e una voglia di vivere immensa in questa popolazione. Eppure, poco fuori dal centro,  si trovano i segni evidenti di ciò che ancora non è stato ricostruito: segni di attacchi sono visibili sulle facciate di tantissimi palazzi… e in terra, dove le esplosioni di granate non sono state cancellate, ma riempite con una vernice rossa, “le Rose di Sarajevo“.

Resti di un palazzo sulla "Sniper Alley", il viale dei cecchini
Resti di un palazzo sulla “Sniper Alley”, il viale dei cecchini
"Rosa di Sarajevo"
“Rosa di Sarajevo”

Non è qualcosa che, pur amando fotografare, riesci a immortalare. Non sono riuscita a scattare la maggior parte dei segni della lacerazione incontrati. Segni di pallottole e granate sono ovunque. Persino dove vedi tutto nuovo e luccicante, i musei e le documentazioni ti ricordano che è il frutto di una ricostruzione.

Un altro posto che abbiamo visitato, ad esempio, è stata la City Hall, o National Library, un edificio simbolo del periodo austro-ungarico sulla sponda del fiume Miljacka. Un edificio molto caratteristico, in stile moresco con chiari riferimenti all’arte islamica, con interni arabeggianti, che mi ricordano subito quelli del Castello di Sammezzano a Reggello, vicino a Firenze (qui l’articolo).

Sarajevo City Hall
Sarajevo City Hall
Sarajevo City Hall - Interni
Sarajevo City Hall – Interni- Photo Greta Gabaglio
Sarajevo City Hall - Cupola vetrata centrale
Sarajevo City Hall – Cupola vetrata centrale

Solo dopo scopro che una delle fotografie  più rappresentative della guerra, quella di un violoncellista che suona tra le materie, è stata scattata qui, nel 1992. Ci sono video molto forti che mostrano il bombardamento dell’edificio e il suo andare a fuoco,  lo stato in cui era stato ridotto, la distruzione di tutto il patrimonio culturale che vi veniva conservato all’interno.  Come questo.

Solo 3 anni fa, nel 2014, la City Hall è stata riaperta. E mi trovo a pensare a quale sarebbe stata la forza delle mie emozioni se avessi visitato prima questa città, non credo si sarebbero potute contenere o esprimere con qualche carattere. Già è difficile adesso.

violoncellista
Fotografia di Mikhail Evstafiev, il violoncellista Vedran Smailović suona tra le macerie della City Hall
Sarajevo (21)
Dettaglio della City Hall ricostruita, che ricorda il dettaglio della foto di archivio del post bombardamento

Quello che più mi ha affascinato di questa città, e allo stesso tempo mi ha fatto chiedere perchè ci sia stato bisogno di una guerra, è la multiculturalità presente che oggi convive inmaniera assolutamente armonica. Una a pochi passi dall’altra, ad esempio,  la cattedrale Cristiana e la moschea Gazi Husrev-beg, che suonano con i rispettivi tempi a scandire due facce della stessa città. Gente che esce dall’una o dall’altra, e poi si ritrovano insieme a bere un caffè.

Vita notturna in una via della Baščaršija, adiacente alla Moschea
Vita notturna in una via della Baščaršija, adiacente alla Moschea
Torre dell'orologio di Sarajevo e Minareto della Moschea Gazi Husrev-beg
Torre dell’orologio di Sarajevo e Minareto della Moschea Gazi Husrev-beg
Persone nel cortile della Moschea Gazi Husrev-beg
Persone nel cortile della Moschea Gazi Husrev-beg
Cortile della Moschea Gazi Husrev-beg
Cortile della Moschea Gazi Husrev-beg
Interno della Moschea Gazi Husrev-beg
Interno della Moschea Gazi Husrev-beg

Da visitare assolutamente, oltre alla moschea (donne con maniche e pantaloni lunghi, capelli coperti), la Fortezza Gialla (Yellow Fortress), punto panoramico dal quale si vede tutta la città. La vista a 360 gradi regala emozioni contrastanti, perchè da lì si possono distintamente riconoscere immensi cimiteri, oltre che in lontananza le facciate dei palazzi simbolo della guerra, ormai ricostruiti. C’è un tranquillo baretto con tavolini e vista sulla città, ideale per un momento di riposo e per uscire dal trambusto cittadino. A pochi chilometri dalla piazza principale, noi siamo andati in macchina, ma dicono sia fattibilissimo anche a piedi in 20/25 minuti (è stato bellissimo perdersi nelle viuzze in cima alla collina, senza indicazioni e quasi tutte a senso unico, non si deve aver timore alla guida e avere  portata un buon navigatore, il nostro nsi è impallato ;)).

Vista di Sarajevo dal Yellow Fortress
Vista di Sarajevo dal Yellow Fortress
Sarajevo (5)
Punto panoramico Yellow Fortress

Dal punto di vista sia architettonico che paesaggistico, non può mancare una passeggiata sulle sponde del fiume, con il Ponte Latino, tristemente noto perchè luogo dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, nel 1914, che causò l’inizio della prima guerra mondiale. Un altro edificio molto particolare, oltre alla già citata City Hall, è quello che ospita l’Accademia di Belle Arti, nato inizialmente come Chiesa Evangelica, e riconvertito poi in istituto, con il l’innovativo e moderno ponte in acciaio Festina Lente (dal latino “Affrettati lentamente”), con la sua forma particolare che ricorda un nodo.

Ponte latino a Sarajevo
Ponte latino a Sarajevo
Academy of Fine Arts e ponte Festina Lente a Sarajevo
Academy of Fine Arts e ponte Festina Lente a Sarajevo

Infine, i musei e le esposizioni, la parte più difficile da affrontare.

Inizierei con il nuovissimo War Childhood Museo, unico luogo nel quale non sono riuscita a scattare neanche una fotografia… e non perchè fosse vietato, ma perchè la potenza del suo messaggio non si può vedere. Visitarlo è emozione allo stato puro. Non puoi coglierlo o trasmetterlo con uno scatto, devi viverlo.

Il museo, autofinanziato da ragazzi miei coetanei (parlando con loro pare che il governo non abbia voluto sostenerlo… troppo brutto ricordare l’orrore che hanno vissuto i bambini?), racconta, attraverso una raccolta di oggetti,  la guerra attraverso gli occhi dei bambini, ragazzi di oggi, che hanno devoluto a questo luogo dei pezzi della loro vita e della loro storia. Non sono tanto gli oggetti, quanto le storie che li accompagnano, a rendere ogni pezzo di un valore unico. Non mi soffermo quasi mai nei musei a leggere le “spiegazioni”, ma qui è impossibile non farlo. Ogni singolo oggetto rappresenta un’esperienza, e suscita un’emozione, fa capire cosa sia la guerra vista da un bambino, non con le solite foto di orrendi crimini, ma tramite giocattoli, libri, vestiti e altri piccoli oggetti, ognuno legato a un ricordo di quel periodo infame, e conservato per oltre 20 anni dai protagonisti, prima di essere devoluto al museo. Dal pelouche costruito come “compagno di viaggio”, ai disegni di una bambina che non è mai diventata grande, a un pentolino che fungeva come unica fonte di calore nei mesi invernali, ai giochini degli ovetti kinder come unico svago (quanti ne avrò buttati da piccola?), al pelouche del fratello ucciso quando aveva solo 3 anni, alle lettere conservate dal fronte e il giubbotto antiproiettole forato, che ha permesso al ragazzo che l’ha donato dipoter essere qui con noi, oggi. Ogni storia, ogni dettaglio, è toccante. Sono i soldi meglio spesi per sostenere un progetto bellissimo, in continua evoluzione. Visitatelo!!!! (le didascalie sono solo in bosniaco ed inglese, armatevi di traduttore se il caso, perchè i testi sono la parte più importante per capire il vero significato dell’oggetto).

Un altro museo molto toccante è la la Galleria 11/07/95,  prima galleria memoriale ufficiale in Bosnia Erzegovina, che ha  l’obiettivo preservare il ricordo del massacro di Srebrenica . Le fotografie di Tarik Samarah, tutte in bianco e nero, lasciano senza fiato, e raccontano in maniera inequivocabile la tragedia e l’orrore attraverso lo sguardo della telecamera. Qui i dettagli lasciano molto poco spazio all’immaginazione, tra bambole ricoperte di formiche abbandonate a terra, a resti umani, corpi scheletrici, volti rassegnati… le immagini e i nomi delle 8372 persone morte (ottomilatrecentosettantadue!) in questo assurdo genocidio. Ho fatto ualche scatto con il cellulare, che non potrà mai eguagliare l’emozione che deve aver accompagnato il fotografo nella sua realizzazione.

Immagini scattate all'interno della Galleria 11/07/95
Immagini scattate all’interno della Galleria 11/07/95

All’interno della sala ci sono anche due schermi con delle documentazioni video della durata di pochi minuti, davvero toccanti. Dalle immagini dei bombardamenti agli edifici, al bambino che esce per rifornire l’acqua alla famiglia stando attento ai cecchini, e che tornando a casa scopre di non avere più una famiglia, alla marcia per Srebrenica.

Oltre a questa mostra permanente, la Galleria ospitava, nel periodo in cui ci sono stata io, l’esposizione “Postcards from Sarajevo 1993“, ad opera del Design Trio di Sarajevo, una serie di reinterpretazioni degli oggetti simbolo della cultura pop del 20 secolo, ripresentati nella prospettiva di Sarajevo assediata. Ogni singola immagini era fortissima, e di un’originalità unica, per sensibilizzare il mondo su quello che stava accadendo. Dall’Urlo di Munch o una Monnalisa sullo sfondo di una Sarajevo devastata, alla scritta “Sarajevo” come sulla collina di Hollywood,  alla vodka “Absolute Sarajevo”, alle immagini che posto sotto, chiari messaggi al resto del mondo “dormiente”.

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Postcards from sarajevo – Design Trio _ Foto collage Greta Gabaglio

Un altro museo visitato, anch’esso autofinanziato, è stato quello dei crimini contro l’umanità e il genocidio. Anche questo, molto forte. Subito all’ingresso l’immagine del corpo in decomposizione di una donna incinta, con ancora il feto annesso, immagini di bambini uccisi, resti di armi… Troppo forte, nessuno scatto neanche qui. Questa mostra è molto più “politica” e brutale delle precedenti, sicuramente vuole dare una visione forte di quella che è stata la guerra, e di tutte le personalità che ne sono state causa, ma non sono riuscita a soffermarmi, la pesantezza psicologica della giornata si faceva sentire. Non so se l’avrei visitato diversamente a mente “fresca”.

Infine, immancabile, la visita al Museo del Tunnel, costruito dagli da volontari bosniaci nel 1993 per collegare le due parti libere della città, Dobrinja e Butmir. Da questa via, molto fuori dal centro tra le campagne, si vede chiaramente l’aereoporto, sotto il quale il tunnel passava. L’inizio del tunnel, con i 20 metri ad oggi percorribili, inizia dalla casa contadina della famiglia Kolar, che di sua iniziativa ha allestito il museo. 20 metri non sono molti, ma rendono perfettamente l’idea. Se soffrite di claustrofobia, non addentratevi. Parte della casa è stata allestita con i ricordi del periodo, e una sala mostra un filmato sulla costruzione del tunnel. Tutto intorno, nella campagna, recinzioni minate con il cartello “Pazi Mine“, zone che tuttoggi conservano pericolosamente mine antiuomo disseminate nel terreno.

Cartello che indica la probabile presenza di mine antiuomo
Cartello che indica la probabile presenza di mine antiuomo – Foto Greta Gabaglio

La storia del riconoscimento del valore del tunnel è controversa: da una parte il tunnel è visto come strumento di salvezza per migliaia di persone, dall’altra viene negativamente etichettato per aver favorito il contrabbando. Di fatto, non è un sito “riconosciuto”, per niente turistico (nessuna indicazione per arrivare, nessun negozio vicino). Anche la ricostruzione, parziale, della casa, è stata a carico della stessa famiglia Kolar, che ha voluto mantenere intatta la facciata, per motrare i segni di ciò che è stato vissuto. Tutto intorno, tra le poche altre case, si distingue chiaramente quelle che sono state ristrutturate, e quali no. Alcune, sono addirittura rimaste demolite, lì, senza che nessuno tornasse a viverci.

Casa Kolar, dalla quale all'interno si accede all'ingresso del tunnel
Casa Kolar, dalla quale all’interno si accede all’ingresso del tunnel_ Foto Greta Gabaglio

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma tre giorni sono passati davvero in fretta, e hanno lasciato un segno profondo.

Eppure, come detto all’inizio, c’è una grande voglia di vivere in questa città, forse proprio per quello che ha vissuto, e che sinceramente mi fa sentire microscopica di fronte ai problemi che quotidianamente riteniamo di avere.

Concludo con un’immagine dell’ultimo giorno, pioveva, ma, nonostante questo, di fronte alla fontana si è raggruppato un gruppo folkloristico che ha iniziato ad intonare melodie tradizionali. E, tutto intorno, noi compresi, si è creato un gruppetto di persone che, incurante della pioggia, si è messo ad assistere. Perchè, se è vero che non può piovere per sempre, anche sul termine GUERRA si può mettere la parola FINE.

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Greta

greta@gretagabaglio.com

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